Critica

Venticinque Haiku per
Marie-Laure Jean Blanchaert

Portus

Non è da tutti tracciare con la mano libera una linea retta sulla carta. Lo sanno fare i bravi pitturi, architetti e designer. E’ una loro competenza elementare, acquisita dopo molto esercizio. La loro preziosa perizia è la condizione stessa che permette di creare l’illusione della profondità sulla superficie piana della carta o della tela. In virtù di questa abilità si può stendere davanti ai nostri occhi la “pro-spettiva” del mondo dipinti. Solo così i viali alberati o i lungomari prendono esistenza e si prolungano “a perdita d’occhio”. Non  altrimenti acquisiscono corpo e posizione i  muri delle case e dei palazzi, le piazze e le scalinate. Nell’odierno paesaggio cittadino spiccano come particolarmente rettilinei i moderni porti industriali. Il porto dipinto, o fotografato, è il territorio per eccellenza della linea retta. Essa si oppone alle curve dei porti naturali: si veda la falce che dà il nome al porto di Messina, per esempio. Nell’opera di Marie-Laure van Hissenhoven la linea retta dei porti è onnipresente. E’ l’elemento geometrico  comune ai canali d’accesso, ai bacini e alle darsene, ai capannoni e ai magazzini per il deposito delle merci, ma anche alle navi stesse e al loro contenuto di “container”. Perfino il paesaggio si adatta nell’accogliere a sovrana rettilineità  espressa nei tralicci, le gru di ogni tipo, le tubature labirintiche dell’industria petrolchimica, i  piloni della luce e dell’evacuazione del gas. Questo mondo in continua e febbrile attività appare qui come momentaneamente sospeso nella rappresentazione pittorica o fotografica. L’intensa attività del porto, osservata e dipinta da Marie-laure van Hissenhoven , emerge in una serie di immagini che raffreddano e per un attimo bloccano l’attività. Perfettamente adatta a questo suo sguardo d’artista appare la parola inglese di “still”. Una passeggiata tra gli “still” dell’artista è ciò che questa mostra propone al visitatore. Uno dei luoghi eccellenti di movimento e di attività, il porto di mare, viene qui percepito come in sospensione. Al posto del commercio e del traffico appare, per pochi istanti, il mondo fisso della Bella Addormentata. Ogni movimento si spegne, si fermano le navi, s’immobilizzano le gru, si blocca il ponte levatoio: il negozio cede all’ozio e al sogno. Non sorprende quindi che l’incantesimo del momento faccia apparire alcuni mostri o draghi. Sarà la meticolosa resa realistica, nella forma e nei colori, degli attrezzi del drenaggio messi a  riposare, appunto, prima di riprendere l’attività. Ma con le loro  curve fantastico-realistiche questi frammenti di gigante fanno irruzione nell’intreccio lineare del Portus.

Walter Geerts  – settembre 2012

TOKYO?

Oggi si fa un gran parlare di RMN, la famosissima e inflazionata risonanza magnetica. Chi non è mai entrato in quel claustrofobico tunnel di raggi X, scagli la prima pietra. Non è però questo l’esame che vi aiuterà a comprendere Marie-Laure van Hissenhoven. Per lei, ci vorrà la fotografia aerea, quella che ci consente di vedere gli strati, sovrapposti di una civilizzazione. Noteremo così che le più antiche fondamenta della persona Marie-Laure sono fiamminghe, di espressione francese impastate della dolcezza infinita del piatto paese della pittura: il Belgio. Questo silente patriottismo, Marie-Laure non sa di averlo, ma è invece consapevole del suo humor delle Fiandre abituato da sempre ad ascoltare barzellette sulla propria nazione senza battere ciglio. Jacques Brel, già malato, si fece costruire una barca a vela da un maestro d’ascia la cui famiglia somigliava molto a quelle da lui descritte nella bella e feroce canzone “Les Flamands”. Il fiammingo-architetto di barche lavorò in fretta e bene e non gli parlò mai della sua canzone e delle sue canzoni. A colpi d’ascia e silenzio divenne il suo ultimo grande amico. L’altro strato che emerge dalla fotografia aerea della personalità dell’artista, è ligure, guerriero, ugualmente ma diversamente umoristico. Ricordiamoci inolter che da quelle parti si faceva pittura già 35 000 anni fà. Ai Balzi Rossi per esempio.

Città del Messico è il contrario di Tokyo, a perdita d’occhio si vedono piccole case basse una attaccata al’altra. Non hanno fine, non c’è un orizzonte dopo questi barrios pobres . Anche i grattacieli della capitale nipponica sono infiniti. Non poveri però. Marie-Laure li ritrae prendendoli garbatamente in giro. La sua città sembra costruita dalla fantasia di ragazzi che l’abbiano messa insieme con blocchetti di legno da loro dipinti. Se Amélie Nothomb ci ha fatto ridere con le sue descrizioni torrenziali del Giappone in persona, Marie-Laure ci fa sorridere con le descrizioni in “levare” del Giappone delle case e delle cose. Ci piace pensare che soltanto due giovani e affascinanti belghe avrebbero potuto descrivere così lievemente, così profondamente il paese del Sol Levante.
“La Belgique n’est pas morte, vive la Belgique!”

Jean Blanchaert  – giugno 2009

Le mostre del Caffè Verdi

28 novembre – 26 dicembre 2003

Una stazione di mare:  la misteriosa Gaia. Fotogrammi: marciapiedi, pali, binari, cabine, spiaggia. Bassa stagione. Tutto chiaro, e tutto misterioso. E’ giorno, ma non si capisce che tempo fa: non fa nessun tempo, il tempo si è fermato. Potrebbe essere un bel posto, pulito, aria buona, nessuno in giro. Si potrebbe dimenticare il proprio passato, sedere su una panchina e osservare l’orizzonte. Ma è tutto troppo immobile per essere vero, questo è un paesaggio sognato: i colori e le forme sono troppo nette, la luce troppo meridiana. L’arte riafferma le sue regole e la vita è sottoposta ad un processo di straniamento; ci ritroviamo a pensare e ad interrogarci in questa enigmatica terra di nessuno sui soliti grandi temi: la solitudine, il futuro, il perché di tutto. Marie-Laure, enigmatica anche lei, svolge con convinzione e sacralità il suo ruolo di demiurgo, attenta, precisa, naturale, silenziosa. Così Gaia esiste.

Enrico Formica – novembre 2003

Spazi e Volumi – Foyer del Cento Allende

25 novembre – 9 dicembre 2003

Il lavoro di Marie-Laure van Hissenhoven si colloca all’improbabile incrocio tra il lirismo di Piero Guccione e la vivace acquisizione degli oggetti propria a Robert Rauschenberg, in quanto gli oggetti sono affermati nella loro oggettiva esistenza quotidiana e allo stesso tempo radiografati, colti nella loro intima natura di volume geometrico, di linea pura. Tale messa a nudo è evidente nei lavori più piccoli qui esposti, nei quali due gru colorate si specchiano  nei rispettivi disegni. La scelta di questi magazzini, silos, gru sottrae tuttavia l’artista all’orgoglio dell’astrazione nel riconoscimento della comune sottomissione alle leggi della vita, con i suoi bisogni, i suoi ritmi, le sue frustrazioni. Ma sempre questi ambienti ed oggetti del lavoro portuale sono sottratti dal loro significato sociale e agli umori umani che solitamente li circondano er trasfigurare  in immagini stilizzate, linee e ombre colorate collocate con esattezza in uno spazio vuoto che esalta gli oggetti e li consegna alla loro forma. Come in Cesanne e in Morandi, l’emozione è rivolta alla pittura stessa, forma sublime di utopia.

Enrico Formica – novembre 2003

La biografia di Marie-Laure  van Hissenhoven, belga, diciamo pure ormai europea a  pieno diritto (per militanza e cultura), è già ricca di riferimenti spaziali e intellettivi che non possono non essere qui menzionati: Bruxelles (vi compie la maturità) Genova, Londra (Saint Martin’s school), Milano (lavora per “Esprit” ditta di abbigliamento e segue corsi di disegno tessile presso l’istituto Marangoni), Carrara (Accademia di Belle Arti). Non mancano neppure alcuni nomi d’artisti di riferimento: il pittore genovese Rocco Borella (astrattista, sodale di Itten e Max Bill, notissimo per i suoi “cronemi” oltre che per i suoi rapporti con artisti che come lui a suo tempo vennero invitati alla Biennale “bardiana” di San Paolo in Brasile, alla Biennale veneziana, al Centro International d’études d’art constructif fra Berlino e Parigi), i pittori-docenti Umberto Buscione, Omar Galliani e il prof. Valerio Rivosecchi (con quest’utimo discute la tesi sull’artista belga Panamarenko all’Accademia Apuana). Che opera intensamente nel campo delle arti visive non è da molto tempo, ma la sua voluttà di “viaggiatrice”, disincantata ed entusiasta ad un tempo, è già cospicua e culturalmente sostenuta.

Non parteggia epr i sostenitori della “tabula rasa” in arte (e fa bene a comportarsi così) ma si rende anche conto che la realtà contemporanea non è la metropoli affollata, rumorosa ed inquinata, ma è la composta di spazi che “soltanto” contengono (silos, per esempio) o che soltanto ospitano fuggevolmente mezzi di trasposto (piccole stazioni) o che raccolgono provvisoriamente  oggetti e prodotti (magazzini). E’ una realtà, quella che Marie-Laure dipinge, ove l’uomo è assente o virtuale pur se padrone dei manufatti ed ove regnano disincanto, isolamento, lontananze.

L’assenza della figura non significa però disinteresse dell’artista nei confronti della “dimensione umana”: anzi è come se volesse salvaguardare dai ritmi e dai rumori che eccedono, che si impongono alla più pacata normalità quotidiana.

Così muri e spazi alloggiano, ospitano colori e luci (porto di Anversa, ad esempio, ma soprattutto i magazzini dei rifornimenti navali del porto di Genova) oltre che armoniche geometrie. Particolarmente significativa, per l’originale prospettiva “en avant” e per il fulcro luminoso centrale, l’opera “porto di Genova, il confine”, olio su tela del 2001: è una composizione astratta – concreta nel senso più determinato e “storico” del termine; la concretezza è nelle colonne che lasciano penetrare la luce; l’astrazione è il nucleo di fondo oltre il quale possiamo soltanto immaginare, supporre.

Cromaticamente importanti e costruttivamente  accurati i dittici A/2 e B/2 “Magazzini generali del Porto di Genova”, ove tutto è in funzione di uno sguardo dal basso e di una collocazione coordinata e concertata di linee e colori. Ma non manca in Marie-Laure lo scatto lirico – romantico: l’albero  dinanzi a “La stazione di Lunae” che attraverso i suoi rami spogli, invernali, ricama gli azzurri oltre le rotaie ed un pezzo di cielo da riposo spirituale.

Questa serie dedicata alla stazione lunense tende chiaramente all’evidenziarsi di una sorta d’umanizzazione spaziale: non manca soprattutto la sottolineatura bianca della targa ferroviaria “Lunae”, ritengo, per non dimenticare quel magnifico insediamento romano che ancora nasconde molti mosaici pavimentali, busti, e pittura “a fresco”.

Mi piace anche segnalare, vuoi per la loro impostazione compositiva, vuoi soprattutto per le scelte grafico – coloristiche, “Silos/A, Silos/C, Silos/E e Silos/F”: luminosità pittoriche rasserenanti, portatrici di quiete e di letizia mentale. Infine azzardo un’interpretazione a proposito delle opere “Stazione sul mare”: sono sette olii su tela o su tavola, che indicano a posare il nostro sguardo e la nostra vis inventiva in un paese meraviglioso quanto ipotetico, “Gaia”. Grazie Marie-Laure, e buon viaggio nelle praterie mentali – emozionali più riservate e sconosciute, produttrici di distesi appagamenti, oltre che nei porti più lindi e silenti.

Ferruccio Battolini – Giugno 2003